martedì 11 marzo 2008

necropoli

giudizio: un libero pellegrino.
Boris Pahor, sloveno di Trieste, novantacinque anni, arruolato nell'esercito fascista, poi partigiano nelle formazioni slovene, internato in vari campi di concentramento, poi scrittore senza remore, forse candidato alle prossime elezioni nel PD. Un simbolo di una scatola cinese di minoranze, uno sloveno schiacciato tra titini e italiani (non brava gente ma fascisti), tra tedeschi e socialisti sloveni. Nel 1966 scrisse, in sloveno, "Necropoli", racconto autobiografico di addetto ai forni crematori, ignorato per più di vent'anni dalla storiografia e letteratura concentrazionaria. A colpevole torto, perché Pahor scrive incredibilmente bene e, a differenza di molti sopravvissuti, va a fondo delle cose, vuole sapere perché, si interroga e offre risposte, non si risparmia e non risparmia nulla al lettore, non risparmia parole e non risparmia sonori schiaffoni. "Necropoli" è il racconto della sua visita da uomo libero a Natzweiler-Struthof, campo di concentramento sui Vosgi, il suo primo campo: i ricordi riaffiorano, osserva i comportamenti dei turisti (due, addirittura, si baciano davanti alle camere a gas) e le proprie reazioni (lui li vede e non si indigna, ci pensa), ricostruisce il passato e, come ho detto, offre spiegazioni approfondite senza fermarsi di fronte a nulla. Uomo perfettamente integro di fronte alla realtà, è ammirevole da ogni punto di vista. E il suo romanzo è un unicum nel genere, non avevo mai letto nulla del genere sull'olocausto, nulla di così criticamente libero, di così approfondito, nulla di così analitico. Ecco, l'analisi è il punto, e proprio perché ragionata e pacata è una lama di rasoio e non lascia scampo. Per quasi tutti i sopravvissuti all'olocausto, la liberazione non è avvenuta con l'uscita dai campi, se non quella fisica. Per quasi tutti, la liberazione dall'orrore non è arrivata mai. Da Pahor, invece, ho imparato come osserva il mondo un uomo davvero libero, che ha resistito su ogni fronte. Sta a Trieste, andiamolo a salutare, è un uomo raro e prezioso.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Ignorato, caro Trivigante, da ben più di vent'anni: mi risulta che solo qualche anno fa "Nekropolis" sia stato tradotto dal "Consorzio culturale del Monfalconese", facile immaginare con quale stratosferica diffusione. E se finalmente adesso, credo tra l'altro in quella stessa traduzione, viene pubblicato con il rilievo che merita, vuol dire che di anni, dal 1966 in cui è stato scritto, ne sono passati quarantadue. Non male... per l'etichetta "ignorare tesori e lasciarli a marcire".
Anche se vivo a Trieste (meglio sarebbe dire: proprio perchè vivo a Trieste) il suo, per me, fino a qualche settimana fa non è stato che un nome sentito qualche volta qua o là, ben circoscritto in ambito sloveno.
E adesso vi saluto; vado a comprare due vanghe, per scavare e seppellirmi insieme alla vergogna: una in quanto triestina, e una in quanto italiana.
Ma per non lasciarvi con un sapore così negativo, vi suggerisco di leggere le poesie di Srecko ("c" con la pipa) Kosovel, sloveno come Boris Pahor, che gli aveva a suo tempo dedicato un libro. Potrebbe riservarvi sorprese piacevoli...

trivigante ha detto...

Cara Siu, grazie per i preziosi suggerimenti. In quanto a Pahor, io non mi riferivo ("ignorato per più di vent'anni dalla storiografia e letteratura concentrazionaria") solo alla traduzione italiana, mi riferivo all'ambito (mittel)europeo tutto. Che in Italia i tesori giacciano sepolti non è una novità. Infatti, in Italia manco abbiamo una storiografia e una letteratura concentrazionaria, tranne qualche sparuto caso isolato.

gnappolo ha detto...

Grazie Trivigante. Davvero.
E grazie anche a Fazi.

trofimov ha detto...

Chi lo vedesse, prima di me, lo saluti anche da parte mia. Che l'esistenza di persone di tal fatta sia ignorata dai più (me per primo), mi fa provare un certo imbarazzo (per me, in primis). In parte cercherò di rimediare accogliendo i suggerimenti di lettura. Grazie

 
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