giudizio: un tipo di cinema che sappiamo fare.
Dieci anni della vita politica e privata di Giulio Andreotti ovvero come è possibile fare un film su Andreotti senza diventare il Bagaglino.
Il film è strepitoso, meglio dirlo subito, girato in modo magistrale e mai banale, non concede nulla alle cretinate che da una vita danno il pane a
Forattini e prende in considerazione dieci anni della vita politica e privata di Andreotti, dal 1991 al 2001, gli anni della grande sconfitta. Toni Servillo è al livello del migliore Gian Maria Volontè dei film politici e interpreta i toni monocorde del grande battutista senza mai scivolare nell'avanspettacolo, come sarebbe facile.
Il film, com'è giusto e sensato, non risolve nulla, lascia del tutto aperta la questione se il senatore sia il grande vecchio diabolico della politica italiana o un uomo cinico e sprezzante, dotato di sufficiente intelligenza politica. Propone però un'interessante chiave di lettura della figura di Andreotti, vale a dire un uomo di umili origini proteso con tutte le sue forze verso il riconoscimento culturale più che verso il potere in sé stesso, anche se la cosa - realisticamente - fa un po' a pugni con gli impresentabili, Pomicino, Sbardella, Ciarrapico, della sua corrente.
Due scene sopra tutte (il presunto bacio appiccicaticcio con Riina, Andreotti e la moglie che guardano Renato Zero alla televisione con reciproco scambio di affetto) e una battuta, tra tante: "E' pur vero che nostro Signore ci raccomanda di porgere l'altra guancia ma è altrettanto vero che, saggiamente, ci ha dotato di sole due guance". Unico neo, tecnico, del film: le scritte esplicative in rosso, che senza dieci decimi e un cinema ad alta risoluzione risultano francamente illeggibili. Averne, di film così.
venerdì 6 giugno 2008
Il divo
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domenica 30 marzo 2008
Il packaging dello yogurt
giudizio: croce e delizia
Apri il frigo e prendi uno yogurt. Alla fragola, alla banana, ai cereali, magari magro, o al bifidus-chefacagare, o super-acido che ci metti lo zucchero come da bambino.
Ma prima di affondare il cucchiaino nel delizioso latticino devi superare l'Ostacolo. Aprire il coperchietto, il maledettissimo cappuccio di alluminio. Maledetto perchè, soprattutto se chiude un bicchierino in plastica, non c'è una volta che si non rompa. Non viene mai via intero. Mai.
Ora, va detto che ed è un piccolo capolavoro di minmalismo, il packaging dello yogurt: un contenitore-coppetta di plastica (o, meglio, di vetro), un cappuccio di alluminio che lo chiude grazie a un micro-filo di collante, e poi a due a due, le coppette stanno in un coso di cartone (meglio sarebbe evitare il cartone e consentire di comprare anche 1, 3 o 5 yogurt, magari tutti di gusti diversi e non sprecare carta!). Capolavoro anche di riciclo, perchè ogni elemento se ne può andare in un cassonetto/campana differente e non si butta proprio nulla.
La tecnologia per produrre i cappuccetti di alluminio si è evoluta tantissimo (conosco uno che conosce uno che ha fatto i milioni costruendo queste macchine sofisticatissime), e lo spreco del prezioso elemento è oggi minimo. Bene! Ma perché, dico perchè, o-g-n-i v-o-l-t-a che ne apri uno non viene mai via intero? L'unico modo per riuscirci è farlo con estrema cura, con applicazione certosina e il sangue freddo di un artificiere che disinnesca la bomba (filo rosso o filo nero? è sempre nero il filo). E come l'artificiere, ora che hai finito, sei sudato ma salvo perchè hai vinto tu e la bomba non è esplosa e lo testimnonia il fatto che hai la spoletta in mano, ebbene ora, di sicuro, ti è passata la voglia di mangiarla, la bomba...
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gnappolo
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giovedì 20 marzo 2008
molti gradi di separazione
giudizio: separazione assoluta dalla decenza.
Giuliano Ferrara, tutto preso nell'orgasmo della sua crociata, scrive con la solita levità che all'ingresso delle cliniche nelle quali si pratica l'aborto clandestino dovrebbe campeggiare la scritta "Abort macht frei", richiamando tetri precedenti. Un lettore (lui sì intelligente, richiamato ieri in prima pagina su il manifesto da Luttazzi) gli fa notare che in tedesco "aborto" si dice "Abtreibung" e che "Abort", piuttosto, significa "latrina". Che la latrina renda liberi è fuor di discussione, come già sapevano Rabelais e Benigni su tutti. Ferrara no. Il commentatore comune, interpellato in merito alle vaccate di Ferrara, risponde che, comunque, "Ferrara è molto intelligente", il che implica che se dice cose immonde ci dev'essere una ragione non secondaria. Suo padre, lui sì che era intelligente, tutt'altra levatura dal volgare figlio che non è talis. Però il luogo comune sulla (presunta) intelligenza di Ferrara resiste, fin dai tempi in cui usciva da un bidone della monnezza. Anche di fronte alle contraddizioni insormontabili: la Chiesa si rifiuta di battezzare i feti deceduti prima del parto, poiché - fatto davvero interessante - non li considera persone. Non c'è vita prima del parto, dunque? E allora?
La volgarità, più che lo scivolone lessicale, mi mette in imbarazzo, mi lascia interdetto senza una replica immediata. Ma il grassone no, non conosce fermate, lanciato com'è alla meta, forte del suo personalissimo senso del giusto e del sacro, cucito su misura. Lui è sereno e, di sicuro, dorme benissimo.
Le parole, per qualcuno, non hanno alcun peso.
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domenica 16 marzo 2008
pubblicità progresso
giudizio: il lato nobile delle jene?
Se lo scopo della pubblicità è di influenzare, in modo intenzionale e sistematico, le scelte degli individui in relazione al consumo di alcuni beni e all'utilizzo di alcuni servizi, ne consegue indirettamente che tale scopo viene perseguito a prescindere dal bene o dal servizio promosso, poiché diventano determinanti la tecnica, la struttura e i modi della comunicazione pubblicitaria. Che sono sempre gli stessi, in sostanza, sia che si pubblicizzi profumo per cani o villette a schiera sulla luna, e - in generale - tendono alla semplificazione, appellandosi a pulsioni elementari; estremizzando, Bernanos sosteneva che i motori di scelta della pubblicità sono semplicemente i sette peccati capitali. Non a caso, l'idea futurista di Marinetti, concreta e fascistoide, si adattava benissimo al concetto di pubblicità (sintesi, dinamismo, simultaneità etc.).
Lo stesso tipo di comunicazione pubblicitaria viene utilizzata anche nelle campagne di Pubblicità Progresso, il cui scopo è promuovere della comunicazione sociale in ambito morale, civile ed educativo, senza fine di lucro. Il che farebbe pensare a un nobile scopo e a un nobile risultato.
Ma così non è o, almeno, non del tutto. Pubblicità Progresso non è un sinonimo generico di "pubblicità sociale", ma è il nome di un'associazione (ora fondazione) che raggruppa praticamente tutte le agenzie pubblicitarie italiane, cioè le stesse che fanno comunicazione profit e si occupano di pubblicità in modo tradizionale, tra le quali Publitalia 80 e Sipra (cioè Mediaset e RAI, 90% del mercato pubblicitario). Ne deriva che l'idea di comunicazione e i mezzi espressivi che vengono utilizzati nelle campagne sociali sono sostanzialmente gli stessi utilizzati per vendere caffè o mutande. Ma se la riduzione, la semplificazione, il cliché e il luogo comune vanno benissimo per vendere un'automobile, non vanno altrettanto bene per promuovere comportamenti meritevoli e civili o per fare informazione disinteressata. Per esempio, la pubblicità progresso sull'AIDS del 1987 diceva testualmente "il virus si trasmette attraverso i rapporti sessuali e non i rapporti umani". Complimenti. Ovviamente, più l'argomento è complesso più la riduzione a pubblicità diventa difficile, capita quindi che una mente di pubblicitario, organizzata per vendere lattine di birra e parlare bene della diarrea, corra il rischio di non cogliere la differenza. Oppure, a volerla vedere del tutto nera, fare comunicazione sociale è un buon modo per promuoversi, marketing funzionale per guadagnarsi, di ritorno, contratti profit. Son sempre pubblicitari, in fondo.
In sostanza, recensisco con pollice verso la pubblicità progresso e condanno, insieme e in generale, la semplificazione affidata ai comunicatori, lasciando però un piccolo margine di credito in tutto questo, perché una tantum ci azzeccano davvero. Ecco due esempi: la migliore pubblicità progresso di sempre e una pubblicità progresso del tutto patetica, tra le tante.
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martedì 11 marzo 2008
necropoli
giudizio: un libero pellegrino.
Boris Pahor, sloveno di Trieste, novantacinque anni, arruolato nell'esercito fascista, poi partigiano nelle formazioni slovene, internato in vari campi di concentramento, poi scrittore senza remore, forse candidato alle prossime elezioni nel PD. Un simbolo di una scatola cinese di minoranze, uno sloveno schiacciato tra titini e italiani (non brava gente ma fascisti), tra tedeschi e socialisti sloveni. Nel 1966 scrisse, in sloveno, "Necropoli", racconto autobiografico di addetto ai forni crematori, ignorato per più di vent'anni dalla storiografia e letteratura concentrazionaria. A colpevole torto, perché Pahor scrive incredibilmente bene e, a differenza di molti sopravvissuti, va a fondo delle cose, vuole sapere perché, si interroga e offre risposte, non si risparmia e non risparmia nulla al lettore, non risparmia parole e non risparmia sonori schiaffoni. "Necropoli" è il racconto della sua visita da uomo libero a Natzweiler-Struthof, campo di concentramento sui Vosgi, il suo primo campo: i ricordi riaffiorano, osserva i comportamenti dei turisti (due, addirittura, si baciano davanti alle camere a gas) e le proprie reazioni (lui li vede e non si indigna, ci pensa), ricostruisce il passato e, come ho detto, offre spiegazioni approfondite senza fermarsi di fronte a nulla. Uomo perfettamente integro di fronte alla realtà, è ammirevole da ogni punto di vista. E il suo romanzo è un unicum nel genere, non avevo mai letto nulla del genere sull'olocausto, nulla di così criticamente libero, di così approfondito, nulla di così analitico. Ecco, l'analisi è il punto, e proprio perché ragionata e pacata è una lama di rasoio e non lascia scampo. Per quasi tutti i sopravvissuti all'olocausto, la liberazione non è avvenuta con l'uscita dai campi, se non quella fisica. Per quasi tutti, la liberazione dall'orrore non è arrivata mai. Da Pahor, invece, ho imparato come osserva il mondo un uomo davvero libero, che ha resistito su ogni fronte. Sta a Trieste, andiamolo a salutare, è un uomo raro e prezioso.
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giovedì 21 febbraio 2008
ma non faceva il poeta?
giudizio: sarà una campagna elettorale lunghissima.
Pochi minuti fa, l'uomo-scorreggina Bondi ha detto testualmente: "I candidati alle elezioni nel PDL non debbono avere procedimenti penali in corso, tranne quelli di origine politica".
Svolgimento: non vuol dire assolutamente, incontrovertibilmente, stupefacentemente, nulla. Nulla dal punto di vista penale, nulla dal punto di vista etico, nulla dal punto di vista linguistico (concordanze alla carlona, perlomeno). Politicamente sì, qualcosina significa, e tutti abbiamo chiaro cosa. Infatti, detto questo, anche Giuda sta meditando la candidatura al Senato.
L'unico motivo per cui cito l'homo miserrimo è questo: tempo due settimane e Veltroni ha sparigliato tutte le carte, ha rimesso in piedi il tavolo e a destra sono costretti a rilanciare di continuo, facendo fare i distinguo a Bondi, povero mona. Checché se ne pensi di Veltroni ora e in futuro, questa volta sciapò.
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martedì 19 febbraio 2008
indice di gradimento
giudizio: vittoria senza discussioni nella meteorologia.
Il sole, inutile dirlo, fa godere grandi e piccini. La pioggia ha i suoi estimatori, specie se la si osserva al caldino e al riparo. La nebbia, uguale, ha un suo fascino, tra i poeti e gli osservatori. Il vento scombussola tutto e, in generale, è bello che ci sia. La neve riscuote un successo indiscusso. La foschia mattutina o serale può essere interessante. Le aurore boreali suscitano ammirazione. Gli arcobaleni accendono la fantasia di chiunque, anche senza la pentola di monete d'oro. I tornado e i cicloni, al di là dei danni, sono affascinanti e colossali da vedere. E la grandine? La grandine rompe i coglioni a tutti. A tutti, anche a chi non è un agricoltore o un concessionario di auto.
Si decreta, dunque, dopo breve dibattito, la concorde vittoria della grandine su tutta la linea, senza incertezze.
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lunedì 18 febbraio 2008
la neve dove uno non se l'aspetta
giudizio: περβακκο!
Sotto la pergolina, con il bicchiere di ouzo nella destra e la fetta di feta nella sinistra, discorrendo di filosofia, ovvio, i partenonidi si sono scoperti sotto la neve, ieri. Ed hanno esclamato di certo: "περβακκο! καζζαρολα!".
Che meraviglia quando nevica dove non dovrebbe, che per due centimetri di neve le città vanno in tilt, le scuole chiudono per sempre, il governo decreta lo stato di emergenza, le persone si scoprono sprovviste di mon-boot infradito ma escono tutti di casa lo stesso, per vedere da vicino la neve. E noi, lontani, tutti qui a fare: "oooh, nevica ad Atene!".
Nei nostri bar, gli uccelli del malaugurio attaccano la tiritera che il clima sta cambiando (ma non doveva fare caldo?), ma nulla capiscono, è solo neve e serve a fare le palle, non tutti ce l'hanno. Tutti prima o poi vedono piovere dal cielo la pioggia, il sole, la grandine, le rane, gli aerei da caccia americani, i satelliti russi, ma la neve non è detto. Ed è fantastico, e appropriato, battere le mani contenti e dire: "oooh, nevica ad Atene!". Viva la neve dove uno non se l'aspetta, viva tutte le cose che uno non si aspetta, viva il disordine e viva le sorprese. Che, in questo caso, si piglia la slitta e quasi ci si scorda dei colonnelli.
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mercoledì 6 febbraio 2008
cosa usiamo come slogan?
giudizio: can't do any of that / with out a hat.
Era il duemila, c'era il congresso della Quercia e funestava i giornali e i manifesti l'«I care» del segretario Veltroni, a metà tra un sapone intimo e un kennedysmo d'accatto. Molti commentatori dissero la propria, uno per tutti Serra in Lenin o Lennon? e ci si divertirono parecchio. Poi andò come andò. Oggi, otto dico otto anni dopo, Veltroni storna il «Yes, we can» di Obama, che nella versione nostrana starebbe per «possiamo vincere» e non, invece, "ehi, possiamo cambiare le cose, il mondo, le persone", troppo americo-democratico, forse. Inventare, mai.
Comunque, i due termini lessicali e temporali fanno venire in mente alcune considerazioni sparse. Primo, ci sono voluti otto anni, ma c'è riuscito, è finalmente passato dal singolare al plurale, sempre prima persona, così che adesso ci sentiamo inclusi (quasi) tutti. Secondo, se otto anni fa lo pigliarono abbastanza per il culo, me compreso, per l'anglofilia del tutto superflua, oggi nessuno ha fiatato, o tempora o mores. Terzo, fu allora che nacque l'idea di buonismo veltroniano, non del tutto campata per aria, idea che oggi pare davvero dissolta nel senso di crisi collettivo, che bada a sopravvivere e a farcela ("we can, dai che ce la"). Quarto, Veltroni pare un appassionato delle mezze frasi, cui si può aggiungere di volta in volta l'oggetto o il verbo: «Io ho a cuore» la fame nel mondo, tua mamma, il destino delle api, il funzionamento delle siviere nelle acciaierie etc.; oppure, «Sì, noi possiamo» vincere, perdere, pareggiare, spaccarci la faccia, andare al tuo funerale, cioccolare la città etc. Trucco da politico scaltro? Boh, avesse coniato un "Yes, we can smerd Berlusconi", magari andava meglio, chissà. O un funereo "Yes, we can-dle in the wind", mah.
Comunque sia, sono giochetti, si tratta di trovare il modo meno masochista per arrivare al 14 di aprile, possibilmente ancora in piedi. Purtroppo per me, da quando ho sentito il «Yes, we can» di Obama, non riesco a non pensare alla canzone «Yes, we can», che diceva che potevi forse farti un bagno, andare in bicicletta, parlare ad alta voce, farti un enorme sandwich nel bel mezzo della notte, ma di certo non senza un cappello («But you can't do that / No you can't do that / No you can't do any of that / Without a hat»), se ci penso mi fa ancora ridere.
Forse ci serve un cappello, forse a Veltroni serve un cappello, io penso serva sempre un cappello. Ce la faremo? Chissà, comunque, la canzone era dei Muppets. Speriamo non lo scoprano.
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mercoledì 30 gennaio 2008
sputare
giudizio: chi ha dentro amaro, non può sputare dolce.Sputare, si sa, non è mai una bella cosa, sia che si sputi nel piatto in cui si mangia sia che si sputino sentenze o veleno. Oppure, più semplicemente, che si sputi per davvero, mandando fuori per bocca. Solo sputare sangue o un rospo spinge a compassione. A parte una breve fase adolescenziale, tipicamente maschile, nella quale chi riesce a sputare compatto, lontano e con precisione è degno della riverenza assoluta di chi gli sta attorno, in età adulta il gesto è disdicevole. Anche in caso non lo si faccia apposta e si alternino parole e sputacchi nell'enfasi del discorso. Oggi, pare sputino solo gli immigrati, cinesi in rilevanza, il gesto è ritenuto del tutto superato e demodé, causa anche la scomparsa del tabacco da masticare. Non era così, naturalmente, un tempo: sui tram di Milano esiste ancora l'avviso di non sputare (sputavamo nei tram!), come in alcuni luoghi pubblici, e la sputacchiera nei bar è una nostra, disgustosa memoria non ancora troppo lontana. A margine, chi la svuotava?
Oggi l'atto dello sputazzo, non a perdere ma contro un avversario, è ancora praticato in luoghi ad esso adibiti: lo stadio e il parlamento. L'elemento determinante è questo: lo sputatore non è solo, fa parte di una squadra di calcio o di un partito o di una corrente di partito, ed esprime il suo incontenibile disprezzo sullo sputato, che a sua volta è - di solito - l'espressione di un'entità collettiva. Nel calcio, si può sputare all'arbitro, atto quasi legittimo, o a un avversario ma mai, mai!, contro un compagno o sulla maglia della propria squadra. In parlamento, al contrario, lo sputo contro un avversario è quasi scontato, molto più interessante e valoroso sputare contro un compagno di partito, reo di sconce nefandezze. Comunque vada, lo sputatore troverà sempre una qualche forma di consenso, anche sussurrato o dissimulato. In generale, poi, è sufficiente raggruppare un buon quantitativo di maschi in un luogo angusto perché, prima o poi, parta uno sputo. Nella Smorfia napoletana, sognare sé stessi mentre si sputa equivale al numero 84 e rappresenta la prospettiva di un lavoro molto faticoso. Sognare di ricevere uno sputo, il 13.
In definitiva, resta la nostaglia per i bei tempi in cui ci portavano allo zoo ad ammirare il lama, l'unico, vero, altezzoso sputatore per natura. Che invidia.
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mercoledì 9 gennaio 2008
le macchinette per deficienti
giudizio: il mondo NON è bello perché è vario.
A premessa, devo sfatare un luogo comune: quasi il 60% di queste minchiate col volante è guidata da un cinquantenne o più, di cui il 48% è un pensionato; solo il 5% dei guidatori è un adolescente. Questo dipende dal fatto che se uno ha sterminato una famiglia in vacanza guidando strafatto contromano in autostrada, centrando il casello di Agrate e facendosi una rettoscopia mentre non guarda la strada, queste cagate a quattro ruote le può guidare comunque.
Ne consegue che, se ne incrociate una, è invariabilmente guidata da: a) un criminale della strada; b) un anziano rinciulito cui hanno tolto la patente per evidente anzianità bavosa, con cappello e otto frecce lampeggianti; c) un quattordicenne che conosce la segnaletica stradale molto meno di quanto non conosca il greco; d) un mona che non è mai riuscito a prendere la patente, nemmeno pagando una scuola guida. Uno normale, mai. La qualità della circolazione e del parcheggio è direttamente proporzionale all'agilità mentale e motoria delle categorie sopramenzionate. Nel 2007 ne sono state vendute 6.234 fino a novembre (fonte), esiste pure un'associazione dei produttori di 'sta roba (ancma), dementi, e costano moltissimo (euri quattordicimila, di media). Il che acuisce la mia sensazione che si tratti di un giochino per rincretiniti abbastanza danarosi.
Potrei anche fregarmene, in fondo, se non avessi l'assoluta certezza che - prima o poi - uno di questi stronzi minus habentes mi centrerà in pieno mentre cerco di passare inosservato in bicicletta. Mi premunisco fin da ora, segnalando che al mio funerale non voglio fiori ma squadre di ultrà metallari armati di chiave inglese che cerchino vendetta per le città. Grazie.
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sabato 5 gennaio 2008
iniezione di fiducia?
giudizio: perennemente sull'orlo di una crisi.
Napolitano è stato bravo, nel messaggio di fine anno: certe cose le ha dette senza nascondersi (iddio lo benedica quando parla del senso civico, ce ne vorrebbe a palate); in qualche altro caso ha cercato di spronare le residue forze agonizzanti del belpaese a tirare la carretta ancora un altro po'; ancora, poi, ha cercato di spiegare che no, non siamo un paese in crisi, siamo dinamici in sosta nella prigione del Monopoli, al momento, in attesa della carta "escidiprigione".
Insomma, ha fatto quello che un presidente della Repubblica dovrebbe fare nel messaggio di fine anno.
Mentre Napolitano ragionava di "sentimenti e ragioni di fiducia nell’Italia", di "fermenti positivi", di "mettere a frutto le potenzialità", di "rappresentanze dell’Italia più operosa e generosa", del "nuovo esprimersi della creatività italiana" (l'Italia è un bambino intelligente ma non si applica, il tenore è questo), mi è scappato l'occhio alle sue spalle: era seduto su una poltrona rivestita di velluto blu talmente liso da essere lucido ai fianchi, dove ci sono le spalle, si intravedeva leggermente anche l'imbottitura. Velluto velino, e di brutto. E lui diceva: "Perché il Quirinale, senza eguali al mondo, è – permettetemi di sottolinearlo – tra i luoghi più rappresentativi della storia e della creatività italiana". E io pensavo: "o questo è un nuovo - interessante - corso bulgaro della comunicazione istituzionale (e non è detto che non mi piaccia), o stavolta davvero davvero siamo fottuti". Da quel momento, non ho potuto fare a meno di pensare che lo sfondo fosse una scenografia, che Napolitano fosse in realtà in uno scantinato sgocciolante, che la telecamera fosse in autoplay, che il presidente fosse morto ormai da decenni, che non ci fosse nessuno a guardare la televisione, che nemmeno io, in realtà, fossi lì.
Poi, però, è venuto capodanno, ho fatto il pirla come tutti, ho tirato un cesso e uno SCUD dalla finestra sulla gente di sotto e tutto è tornato a posto. Buonanno a tuslemond, forse ce la faremo a prendere il diploma, a calci nel culo.
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domenica 16 dicembre 2007
Tutti a casa?
giudizio: domani è un altro giorno? si vedrà...
Esco di casa con in mano il mio sacchetto delle scovaze (quelle che a Milano chiamate rumenta, e a Bologna rusco). Già da lontano noto che dal bottino (da entrambi i bottini) non solo le scovaze debordano, impedendo al coperchio di chiudersi, ma che sacchetti e immondizie varie sono indecentemente sparsi per terra, lasciando supporre che i bottini medesimi non fossero più materialmente in grado di contenerli.
Sposto un po' il coperchio per guardarci dentro (c'è la barra-pedale, schifiltosa come sono non devo neanche sporcarmi le mani): la metà posteriore del contenitore è completamente vuota.
Non un minuscolo anfratto di difficile accesso; esattamente metà del bottino. Basta allungare il braccino con il sacchettino di forse 20 cm., e la vostra monnezza va a depositarsi sul fondo del bidone, come vi conferma il relativo piccolo tonfo.(Succede a occhio e croce due volte su tre, da quando -più di 4 anni- utilizzo i suddetti bottini).
Devo prendere l'autobus. Meglio forse usare il condizionale, perchè la mia intenzione ha un esito tutt'altro che scontato. Infatti la parte centrale del bus che arriva alla fermata si potrebbe perfino definirla semivuota, ma l'anteriore e la posteriore, quelle utili per la salita, per intenderci, sono compresse fino all'inverosimile di gente schiacciata che le sardine in scatola al confronto avrebbero spazio per scatenarsi in un rock and roll.
Le porte si aprono, e non succede assolutamente niente. Le supersardine non possono muoversi di un centimetro, mentre l'ariosa parte centrale del bus resta aristocraticamente e distrattamente inconsapevole di quel che succede due-tre metri più avanti e due-tre metri più indietro di lei. Nessuno dice niente; neanche l'autista. Che dopo non aver caricato a bordo nessuno dei tre-quattro aspiranti passeggeri avvicinatisi a ciascuna delle due porte, riparte alla guida del suo autobus con la parte centrale che si potrebbe tranquillamente continuare perfino a definire semivuota (incosciente declinazione autoferrotranviaria della banalità del male..?).
Per sbollire mi avvio a piedi, camminando in linea retta lungo la parte destra di un largo marciapiede. Una donna appena più giovane di me, non so da dove come e perchè, andando in diagonale mi punta dritta addosso. Io non mi fermo (perchè dovrei?) e lei arriva a un nanosecondo dall'impatto per fermarsi infine, ma assolutamente con l'aria di chi l'ha fatto del tutto utilitaristicamente, nient'altro che per preservare se stessa da un danno. Puro istinto animale. Come se un accenno o anche solo uno sguardo di scuse nei miei confronti fosse possibilità del tutto ignota, e quindi profondamente ignorata.
E anche questo, non è la prima volta che succede. E' solo l'ultima (e ogni volta mi chiedo cosa accadrebbe in macchina, se ancora ne avessi una ...).
La domanda, quella terra terra, di primo livello per così dire, sul perchè il mondo si è ridotto come si è ridotto, sto smettendo di farmela. Quasi quasi anzi a volte sto per chiedermi come faccia, tutto sommato, ad andare persino così bene.
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giovedì 6 dicembre 2007
il peluche in automobile.
giudizio: siamo tutti persone meravigliose.
Se ne vedono di molti tipi, millepiedi, bruchi, tartarughe, asini, geki con le ventose, solitamente animali e solitamente (temo in modo vagamente conscio) associati all'idea di movimento pacifico e lento. Non a caso, i peluches appaiono per lo più in utilitarie tipo Clio, Panda, Corsa, difficilmente capita di vedere una fuoriserie con un peluche a bordo. I dadi gialli da gioco appesi allo specchietto rientrano, appunto, nella categoria oggetti appesi allo specchietto retrovisore (cd, arbre magique, santini e catenine, porcate varie), tutt'altra categoria ontologica rispetto al peluche appoggiato sul sedile posteriore o sul pianale sopra il bagagliaio. Il peluche a bordo, prerogativa maschile e femminile senza distinzioni, è il mezzo per espletare un'idea aberrante: rendere accogliente e personalizzato l'abitacolo di un'automobile. Essa è detta, appunto, "di serie" proprio perchè è oggetto replicato identico senza variazioni, gli stessi optionals sono variazioni identiche sul tema.
Quale idea strana dell'esistenza spinge una persona apparentemente sana a cercare di rendere la propria automobile un salottino caldo e accogliente? La bambola sopra il letto è cosa mostruosa, ma la camera da letto meglio si presta a questo genere di attitudine. E non è visibile ai più. L'automobile no.
Quando vedo un'auto con peluche annesso, ne traggo un'impressione di simpatia malata, mi viene in mente il Bagaglino (oh, audace gioco di parole!), mi vengono in mente spaghetti bolognaise mangiati nel porto di Lubecca, adulti obesi che si fanno riprendere mentre festeggiano il proprio compleanno con il cappellino a cono e lingua di menelik, cabarettisti stanchi senza voglia di vivere, pagliacci morti, orsetti decapitati, presidenti del consiglio che raccontano barzellette sull'aids. Sul serio.
La situazione più prossima a quella del peluche in macchina, per quanto mi viene in mente, sono i nanetti da giardino. Anch'essi esposti, hanno lo scopo di trasmettere un messaggio sul proprietario del giardino e della casa, nella quale - è evidente - regna l'armonia e la felicità. Finché la doppietta non esce dall'armadio.
Un'automobile è un posto in cui, normalmente, bisognerebbe cercare di stare il meno possibile. E dovrebbe restare, in un mondo sano, oltre che un luogo, un oggetto altro da sé, uno strumento, un mezzo (appunto), non l'ennesima estensione della propria creatività. Non richiesta.
Che imbarazzo, quando una persona adulta mi dà un passaggio in automobile e, con la coda dell'occhio, scorgo un'enorme rana sul sedile posteriore che sta lì e non gracida. Già vedo lo schianto in A4, macerie fumanti, olio sulla strada, rottami, vetri dappertutto e 'sta cazzo di rana in primo piano nelle fotografie sul giornale. Ci siamo smaltati, è vero, ma che persone simpatiche che eravamo. Vite spezzate è il termine tecnico.
No, grazie, passo, non voglio essere simpatico, non voglio essere amico di tutti, non voglio viaggiare con un peluche e, soprattutto, non voglio avere un'automobile che parli di me. Vietare.
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giovedì 15 novembre 2007
Il botto con lo svizzero.
giudizio: almeno uno ogni tanto.
Un paio di giorni fa stavo viaggiando sul mio cavallo metallico, la motoscurreggetta, per tornare a casa. Cuffiette nelle orecchie (non fate quella faccia, lo so che non si dovrebbe, ma quasi un'ora di viaggio me la dovrò pure fare passare), me ne andavo tranquillamente per le vie di Milano. Due auto davanti a me, la prima frena bruscamente e la seconda di conseguenza. Anche io pinzo le ruote ma, purtroppo, quella dietro si blocca e, scivolando sull'asfalto, vado addosso all'auto davanti a me. Nulla di grave, anche perché sono riuscito a parare un po' il colpo appoggiandomi con la mano. Ma un piccolo botto c'è stato. L'auto davanti a me si ferma e io pure. Scendo dallo scuter sperando che l'autista sia una persona tranquilla, notando che la targa è svizzera. In effetti ci salutiamo con un pacifico buonasera e constatiamo i danni. Il mio scuter non ha nulla, mentre l'auto ha un piccolo gibollo e un paio di segni che, però, vengono via semplicemente leccando la carrozzeria. Chiedo allo svizzero cosa vuole fare e lui propone: "mi dai i tuoi dati, io faccio riparare il danno e ti mando il conto". Forse lui ha un amico che, per una modica cifra e con un coltellino svizzero, gli sistemerà l'auto, ma a me non pare una grande idea e vado a proporre una constatazione amichevole.
Prima espressione stercofatta dello svizzero. Gli leggo negli occhi persi nel vuoto che non sa di cosa stiamo parlando e, allora, glielo spiego.
Seconda espressione ancora più stercofatta dello svizzero. Vedo chiaramente nel suo sguardo la preoccupazione di affrontare l'odissea di pratiche da sbrigare con un sistema italiano che, evidentemente, lo terrorizza. Ma lui è svizzero e mantiene una civilissima calma, mi stringe la mano e dicendo "la vita va avanti", se ne va.
A questo punto lo sguardo stercofatto viene a me. Siamo a Milano, perdio, qui siamo dei pazzi furiosi e, in realtà, dovrei inseguirlo subito, sorpassarlo a destra e mandarlo affanculo. Ma non lo faccio e, anzi, avrei dovuto offrirgli una bella cioccolata calda. Bisognerebbe sempre avere a che fare con gli svizzeri in queste situazioni. Quanto sono bravi gli svizzeri e come cantano bene.
Pubblicato da
pazoozo
alle
19:07
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