domenica 28 settembre 2008

A destra della cultura

giudizio: il fascista, la scrittrice e il cantante.
Passeggiavo sbadatamente per Roma una sera, quando sono stato rapito da luci e suoni provenienti da un colle. Giunto là, ovvero sul Campidoglio illuminato a gran gala, ho potuto assistere a un incosciente discorso di celebrazione in onore di Oriana Fallaci, tenuto ovviamente dal primo sindaco fascista di Roma. Ho così potuto apprendere che l'intera serata era dedicata all'iraconda Fallaci e il repertorio degli interventi (due) può essere così riassunto: otto sostantivi "coraggio, libertà, eredità, libri, scrittura, scrittrice, giornalista, Italia" e un solo aggettivo, "straordinario", declinato a seconda del genere. Il disagio e l'impreparazione erano palpabili, si celebrava postumo una specie di tumulo imbiancato riferibile all'area culturale di destra, ovvero un obelisco storto nel nulla del deserto, senza che si disponesse di qualche strumento apposito, per esempio qualcuno che avesse letto 'sti benedetti libri. Era un elogio vago e confuso, monoaggettivato, che potrebbe calzare ai caduti papalini di Porta Pia come alla Fallaci o a Tatarella. Magari si parlasse del camerata Ramelli. Esaurito il faticosissimo discorso, Alemanno si è seduto per gustarsi il fulcro della serata, un concerto-recital dell'unico cantante disponibile sulla piazza a celebrare la Fallaci: Amedeo Minghi. Califano sembrava oggettivamente una scelta poco culturale. E Minghi, per il quale non corre alcuna differenza tra la sagra del fagiolo lucano, San Remo e la Fallaci, ci ha dato dentro, con il medesimo repertorio di sostantivi e aggettivi, a ricordare la grandezza della stessa. Purtroppo, però, non avendo mai scritto nulla di adatto alla serata, ha dovuto ascendere specchi e cime impervie, pur di cantare le sue canzoni: "ho scritto questa canzone settantacinque anni fa, però è un po' come se l'avessi scritta per Oriana, perché parla di un'aquila che punta la preda, esattamente come faceva Oriana con la notizia, la osservava da lontano e la ghermiva con artigli rapaci". Per dire, poi ovviamente la canzone non quagliava per nulla. Alla quinta canzone non congrua, va ben pur il dovere di cronaca, mi sono osservato, io a un concerto di Minghi in una serata in onore della Fallaci: non quadrava e quindi me ne sono andato. Ho osservato un'ultima volta la platea, per fortuna andata semi-deserta, e mi sono allontanato, mentre i pochi si spellavano visibilmente le mani.
Questo è più un racconto che una recensione, lo so, sarebbe facile fare dell'ironia sullo iato tra il contenitore (Michelangelo, Roma) e il contenuto (Minghi, la Fallaci e un po' di fascisti), citare Leopardi e i suoi nani e giganti romani, sghignazzare sull'iniziativa sbilenca e malriuscita e sentirsi decisamente superiori, i fatti parlano da sè. Però resta l'amaro in bocca, una specie di rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato, per tutti i desideri non avverati e per la fatica sprecata, per chi si è tanto impegnato e non ha ottenuto nulla. Anzi, la vicenda intera è beffarda. A dimostrazione, il secondo intervento, tenuto nascosto finora, era di Rutelli, lo sconfitto. Che, in quel contesto, ci stava davvero benino. E il cerchio è chiuso.

venerdì 26 settembre 2008

Della CEI o del significato dei nomi

giudizio: militanza onomastica.
Semplificando, da alcune decadi ormai la CEI risulta essere il braccio operativo dell'ingerenza pontificia nella politica italiana, per voce del suo segretario. Il segretario, appunto, di nomina papale, è il centravanti di sfondamento della politica vaticana, la politica concreta e pragmatica che punta alla parificazione delle scuole cattoliche, all'abrogazione della legge sull'aborto, alla promozione sociale ed economica degli oratori, alla difesa e all'implementazione dei privilegi conciliari e così via. In virtù del proprio ruolo, il segretario della CEI dice ciò che non sta bene che il Papa dica, non ha omologhi che lo contraddicano, utilizza parole e modi da combattimento e, caratteristica peculiare e necessaria, non conosce pudori e cortesie. Se il cardinale Ruini in questo era maestro indiscusso, e il cui nome faceva davvero pensare alle rovine che lasciava dietro di sè dopo i suoi interventi a gamba tesissima, il suo successore Bagnasco, un incoativo che richiamava più una certa disponibilità alla discussione che i fuochi e le fiamme ruiniane, da questo punto di vista non è stato all'altezza del predecessore.
Ora, se i nomi hanno un qualche significato, il reazionario e conservatore Benedetto XVI ha nominato ieri segretario della CEI monsignor Crociata, predestinato evidentemente a un ruolo in prima fila nella sempiterna lotta tra potere temporale e spirituale, tra cattolicesimo e resto del mondo. Nomen omen, pare evidente che gli interventi del neo-nominato saranno contraddistinti dall'elmetto in testa e da una certa propensione alla trincea militante, è bene non attendersi nulla di meglio. E' lecito un risolino per la scelta comica in ragione del nome, come si potrebbe fare un risolino del Manganelli capo della Polizia, ma esaurita la minima vis comica è bene attrezzarsi al peggio e serrare le fila, in attesa dell'ennesima Crociata.

lunedì 1 settembre 2008

La coca cola

giudizio: in 1996 battute.
Esiste un fil rouge che lega il cartello colombiano della cocaina e il Parlamento Federale Indiano, la CIA e i nutrizionisti, Vasco Rossi e i sindacalisti guatemaltechi, le fortune dei Bush e lo scandalo Telecom-Sismi, un fantomatico produttore in Indiana e l'osteoporosi femminile? E ancora: come narrano leggende ormai secolari, esiste un prodotto che, allo stesso tempo, smacchia il sangue dalle magliette, scioglie un'intera bistecca di manzo, toglie il chewingum dai capelli dei pargoli, neutralizza il veleno di una medusa, leva la ruggine dai bulloni ossidati? La risposta, singolare e laconica allo stesso tempo, è: "Sì, la Coca Cola" e si intenda qui sia la bibita gasata sia la perfida multinazionale. Ed è in questa sofisticata distinzione, l'innocente bevanda dalle bollicine sbarazzine da una parte e la fabbrica malvagia che, si dice, disfa governi e acquisisce droga dall'altra, che sta tutta la magia: nessuno, mai, riuscirà a colmare la distanza, concettuale e concreta, tra la prosperosa pin up che invita alla molle digestione e il distributore automatico che operai desindacalizzati hanno portato in luoghi in cui l'uomo bianco nemmeno si sogna di andare. Troppo sovradimensionata l'azienda per non incappare in soprusi e reati di varia natura, troppo diffusa e accessibile la bibita per non finire, almeno una volta, sul tavolino di una festa delle medie. E se il consumo di Coca Cola è da sempre trasversale, da destra a sinistra senza distinzione, anche il rifiuto di essa, simbolico e ideologico, non conosce frontiere: dall'invito a consumare l'italico e fascistissimo chinotto ai CCCP, che le dedicarono ironicamente la copertina di un album doppio. Sebbene i trionfi dei gasati anni Ottanta siano un ricordo lontano, il primato non è in discussione: impossibile per i rivali spodestare la Coca Cola, tuttora insostituibile persino in alcune discipline sportive, come testimoniano soddisfatti i partecipanti al Campionato italiano di rutto parlato e cantato di Reggiolo.

lunedì 25 agosto 2008

Maratoneta

Giudizio: inarrestabile
Hai perso.
Non puoi illuderti, non ci sono altri finali, non inventare, hai perso.
Hai iniziato a perdere quasi due ore fa. Hai iniziato perdendo la sensibilità. Prima alle dita dei piedi, poi agli stinchi, ora anche alle dita delle mani. Non sentire il dolore ai piedi può essere un vantaggio, può portarti più avanti, più degli altri. Poi hai perso anche il ritmo, il glicogeno, la capacità di sentire il tuo respiro, hai perso la capacità di capire il tuo battito, di interpretare il significato vero delle letture sull'orologino che hai al polso, o quello che ti dice qualcuno (un volto amico?) dal lato del percorso. Realizzi che qualche minuto fa (o qualche quarto d'ora fa) hai anche perso il rifornimento...
Perso. Ora sei davvero perso. Non sai nemmeno dove devi davvero andare. Avanti, ancora avanti, è l'unica cosa che sai fare, adesso, da sempre. Correre.
Un suono ovattato che dovrebbe venire dalle tue orecchie ti sta riempiendo la testa, senti solo un brusio sordo, un tuono lontano dentro di te, come un temporale che non nasce mai, e non vuol nemmeno morire, neppure in mezzo alle voci lontane del pubblico che ti scorre a un palmo, di fianco, apparentemente divertito (?) dal tuo passare. Non senti più nulla, solo questo ovattato silenzio ammutolito, unico sintomo della tua trance agonistica.
Il vuoto, dentro e fuori da te. Vuoto. Corri. Senza sensibilità.
Poi si fa fresco. Ombra, tanta ombra. Saliscendi. Silenzio. Più silenzio. Singole voci, di qua e di là, ma manca il pubblico. È buio. La fine.
Andato. Sei finito, in un tunnel che ti porterà al coma. E lo stai capendo solo ora... Sei perso. Per sempre.
Dietro il tunnel uno stadio gremito, pieno di persone stipate fino all'orlo, sta aspettando in un silenzio irreale, sospeso e rispettoso, l'ingresso del primo maratoneta, per accompagnarlo nel suo ultimo giro di pista. 500 metri. Gli ultimi cinquecento metri.
Al suo ingresso, il silenzio è al culmine, puntiforme. E fatti i cinque passi in uscita dal tunnel, sulla corsia che porta alla pista olimpica, un boato immane, un'esplosione umana e primordiale rompe quel silenzio irreale.
Ti risveglia, ti dice “no, non sei perso, sei arrivato fino a qui!”. E ti piomba addosso tutto il peso di 42km percorsi metro dopo metro. Un macigno, una mano enorme sembra volerti schiacciare sul tartan, per non farti arrivare alla fine. Proprio ora che manca così poco... Ma l'emozione è troppa. Sei stato insensibile, perso, per decine di chilometri, e ora che ti mancano meno di 500 metri, un banale giro di pista (roba da fighetti dela velocità), questa fresca consapevolezza ti sta facendo rallentare a vista d'occhio. Sei perso, un cavallo scosso, sai che non puoi arrivare alla fine. Hai perso.
Ma in quel boato irrequieto e interminabile trovi (davvero? Ne sei sicuro?) l'ultimo barlume di forza, un alito di vento minimo, che si appoggia su una vela flaccida e ti trasfigura, per farti arrivare, è vero!, davvero alla fine. Colmi quella distanza, un ultimo passo dopo l'altro, e non sai più chi sei: se importasse qualcosa, hai gli occhi a mandorla, la pelle scura, chiara, sei americano, africano, europeo, italiano, etiope, sei il campione, sei uno sconosciuto, hai le scarpe scelte dallo sponsor, corri a piedi nudi, sei lucido, sei fatto, sei un volto noto, sei l'ultimo, sei il primo. Sei uno dei tanti. Sei solo un'emozione immensa.

domenica 24 agosto 2008

Offlaga Disco Pax dal vivo

giudizio: mia figlia la chiamerò Tundra.
22 agosto, festa di Radio Onda d'Urto, gli ODP e io. Esborso: minimo, cinque euri. Formazione: cantante, chitarrista e bassista/tastierista/campionatore. Nessuna scenografia, un leggio e qualche feticcio qua e là. Concerto topograficamente sensato, gli Offlaga DP si avvicinano a Offlaga.
Musicalmente inesistenti, il senso di tutta la faccenda sta, ovvio, nei testi, bisogna concentrarsi e seguire arrendevoli le storie, ad alto tenore politico, veri e propri racconti conclusi a volte magistrali a volte più intimini e ritorti. In genere, eccellenti. Domanda retorica: chi ha la buona volontà, oggi, di cantare contro i sentimenti di Francesca Mambro ("Giusva era il ragazzo più sensibile che avessi mai incontrato"/Che razza di tipacci fossero gli altri ragazzi che aveva frequentato/non ci è dato sapere), o celebrare un ventralista russo (La vittoria di Vladimir fu un eroismo da Terza Internazionale/una misura strappalacrime ottenuta dall'ultimo grande/ventralista della storia) o, ancora, certi commerci giovanili mai del tutto tramontati (un pompino in cambio di un Toblerone/i condomini I.A.C.P. negli anni '80 di una città filosovietica riservavano economie alternative molto convincenti)? Poiché il tempo passa e l'URSS si fermò nel 1991, gli ODP appaiono un pochino bolsi in quanto a età e adipe, la riga a sinistra del cantante suscita la stessa irritazione che provai per il mio vicino di banco pluri-bocciato e omnisciente, l'età media del pubblico fa sì che solo io e un altro ridiamo sentendo il verso "Un ricordo dell'amore sconfitto marca Defonseca". Da antologia e da mandare a memoria "Onomastica", lettura dei nomi della guida del telefono di Parma, tra cui spiccano Mosca, Tundra, Inglis, Yuri e una miriade di meraviglie. Divertissement da trivial in edizione vetero-comunista? Può essere, datevi la risposta da soli. Leggete questo verso ("Il desiderio del caparbio crostaceo di uscire dal suo lago per combattere il pensiero dominante è infatti una delle forme più originali di resistenza conosciute, un simbolo della lotta per l’autodeterminazione contro un sistema che chiama ambientalismo quella che in realtà è un’imbarazzante difesa degli status quo") e osservate le vostre reazioni. Io ho riso, ma mi ha toccato nel vivo.

martedì 5 agosto 2008

Una giornata particolare

Giudizio: applauso

Gli ingredienti sono sempre gli stessi, il 2 agosto a Bologna, più o meno come ogni anno in altre sciagurate piazze italiane.

Se il 25 aprile finisce che piove quasi sempre, il 2 agosto c'è sempre caldo, un pesante caldo estivo, che toglie il respiro e fa grondare. E alla stazione continuano ad incrociarsi il popolo dei vacanzieri in transito, chi aspetta un parente, gli anziani persi in cerca del binario.

Il 2 agosto, a Bologna, arriva un momento che prende tutto questo e lo congela, ti tiene inchiodato lì, a nonvedere (ma proprio con i tuoi occhi) quello che è successo e che, sempre, lascia tutti nello stesso modo: soli.

Gli ingredienti sono sempre gli stessi: il caldo, chi transita, chi si appoggia alla bicicletta per chiacchierare un po', le bandiere, i “per non dimenticare” e i “perché non si ripeta”, il sindaco, i gonfaloni, il rappresentante di un governo poco amico (e relativi fischi, e mezza piazza che se ne va, compostissima, alle sue prime parole, una città che continua a muoversi intorno, gli occhi lucidi di qualcuno che ascolta chi era lì quel 2 agosto, la voce dei familiari, di chi ha continuato nonostante tutto, da solo.

Il 2 agosto a Bologna tutto questo viene congelato, nel trucido caldo del piazzale delle Medaglie d'oro, per un minuto. Silenzio.

Un silenzio vero, intenso, civico e profondo, il silenzio di una città, concentrato nel buco nero della Stazione di Bologna. Un minuto in cui succede che si sta fermi, e ci si stringe insieme. Chi da solo, chi in compagnia, chi in gruppo. Chi passa per di là si ferma, scende dalla bicicletta, si congela. Se qualcuno fa brusìo molti si sacrificano e assolvono al dovere di richiamare al silenzio, chiedendo il rispetto di quel vuoto.

In quel minuto annunciato dal fischio di una locomotiva, tutto si ferma, anche il battito cardiaco dei presenti. Affiorano ricordi, irrompono immagini terrificanti, provi odio per chi ha voluto questo minuto di silenzio, alle 10.25. Senti di tutto, dentro, in quel minuto: il botto, il silenzio che lo rende vero, le urla, le sirene, le grida dei soccorritori, chi chiede il silenzio per sentire (forse!) un respiro sotto le macerie, il suono del sangue che sgocciola dagli autobus usati come ambulanze, senti il sudore dei pompieri e di chi, dentro questo caldo, tira fuori chi non c'è più, lasciandoci il vuoto di un edificio scomparso.

Senti tutto, anche se non c'eri. È impossibile evitare 85 morti, il 2 agosto 1980, a Bologna, quando sei caduto dentro a questo silenzio.

Un minuto di silenzio, e quando finisce (fischio di locomotiva) capisci che tutti, intorno, ogni presente, ha vissuto quel minuto, l'ha passato come te, senza sentire più il caldo e rapito dalle stesse immagini. E allora, al sessantaseiesimo secondo si crolla, sotto il peso di un minuto di silenzio. E irrompe un applauso, L'Applauso. Enorme, stonato (applaudire chi? cosa?), lungo che non finisce più, umano e necessario, un applauso civile. Non si dovrebbe applaudire mai, si dice, ai funerali, ed è vero. Ma qui anche se fosse un funerale, lo senti diverso. Arriva come una liberazione inutile ma inevitabile. Non se ne va, quel minuto, non se ne esce mai per davvero.

Da quando ci sto, cerco di esserci sempre, in questo giorno, a Bologna.


venerdì 6 giugno 2008

Il divo

giudizio: un tipo di cinema che sappiamo fare.
Dieci anni della vita politica e privata di Giulio Andreotti ovvero come è possibile fare un film su Andreotti senza diventare il Bagaglino.
Il film è strepitoso, meglio dirlo subito, girato in modo magistrale e mai banale, non concede nulla alle cretinate che da una vita danno il pane a Forattini e prende in considerazione dieci anni della vita politica e privata di Andreotti, dal 1991 al 2001, gli anni della grande sconfitta. Toni Servillo è al livello del migliore Gian Maria Volontè dei film politici e interpreta i toni monocorde del grande battutista senza mai scivolare nell'avanspettacolo, come sarebbe facile.
Il film, com'è giusto e sensato, non risolve nulla, lascia del tutto aperta la questione se il senatore sia il grande vecchio diabolico della politica italiana o un uomo cinico e sprezzante, dotato di sufficiente intelligenza politica. Propone però un'interessante chiave di lettura della figura di Andreotti, vale a dire un uomo di umili origini proteso con tutte le sue forze verso il riconoscimento culturale più che verso il potere in sé stesso, anche se la cosa - realisticamente - fa un po' a pugni con gli impresentabili, Pomicino, Sbardella, Ciarrapico, della sua corrente.
Due scene sopra tutte (il presunto bacio appiccicaticcio con Riina, Andreotti e la moglie che guardano Renato Zero alla televisione con reciproco scambio di affetto) e una battuta, tra tante: "E' pur vero che nostro Signore ci raccomanda di porgere l'altra guancia ma è altrettanto vero che, saggiamente, ci ha dotato di sole due guance". Unico neo, tecnico, del film: le scritte esplicative in rosso, che senza dieci decimi e un cinema ad alta risoluzione risultano francamente illeggibili. Averne, di film così.

domenica 30 marzo 2008

Il packaging dello yogurt

giudizio: croce e delizia
Apri il frigo e prendi uno yogurt. Alla fragola, alla banana, ai cereali, magari magro, o al bifidus-chefacagare, o super-acido che ci metti lo zucchero come da bambino.
Ma prima di affondare il cucchiaino nel delizioso latticino devi superare l'Ostacolo. Aprire il coperchietto, il maledettissimo cappuccio di alluminio. Maledetto perchè, soprattutto se chiude un bicchierino in plastica, non c'è una volta che si non rompa. Non viene mai via intero. Mai.
Ora, va detto che ed è un piccolo capolavoro di minmalismo, il packaging dello yogurt: un contenitore-coppetta di plastica (o, meglio, di vetro), un cappuccio di alluminio che lo chiude grazie a un micro-filo di collante, e poi a due a due, le coppette stanno in un coso di cartone (meglio sarebbe evitare il cartone e consentire di comprare anche 1, 3 o 5 yogurt, magari tutti di gusti diversi e non sprecare carta!). Capolavoro anche di riciclo, perchè ogni elemento se ne può andare in un cassonetto/campana differente e non si butta proprio nulla.
La tecnologia per produrre i cappuccetti di alluminio si è evoluta tantissimo (conosco uno che conosce uno che ha fatto i milioni costruendo queste macchine sofisticatissime), e lo spreco del prezioso elemento è oggi minimo. Bene! Ma perché, dico perchè, o-g-n-i v-o-l-t-a che ne apri uno non viene mai via intero? L'unico modo per riuscirci è farlo con estrema cura, con applicazione certosina e il sangue freddo di un artificiere che disinnesca la bomba (filo rosso o filo nero? è sempre nero il filo). E come l'artificiere, ora che hai finito, sei sudato ma salvo perchè hai vinto tu e la bomba non è esplosa e lo testimnonia il fatto che hai la spoletta in mano, ebbene ora, di sicuro, ti è passata la voglia di mangiarla, la bomba...

giovedì 20 marzo 2008

molti gradi di separazione

giudizio: separazione assoluta dalla decenza.
Giuliano Ferrara, tutto preso nell'orgasmo della sua crociata, scrive con la solita levità che all'ingresso delle cliniche nelle quali si pratica l'aborto clandestino dovrebbe campeggiare la scritta "Abort macht frei", richiamando tetri precedenti. Un lettore (lui sì intelligente, richiamato ieri in prima pagina su il manifesto da Luttazzi) gli fa notare che in tedesco "aborto" si dice "Abtreibung" e che "Abort", piuttosto, significa "latrina". Che la latrina renda liberi è fuor di discussione, come già sapevano Rabelais e Benigni su tutti. Ferrara no. Il commentatore comune, interpellato in merito alle vaccate di Ferrara, risponde che, comunque, "Ferrara è molto intelligente", il che implica che se dice cose immonde ci dev'essere una ragione non secondaria. Suo padre, lui sì che era intelligente, tutt'altra levatura dal volgare figlio che non è talis. Però il luogo comune sulla (presunta) intelligenza di Ferrara resiste, fin dai tempi in cui usciva da un bidone della monnezza. Anche di fronte alle contraddizioni insormontabili: la Chiesa si rifiuta di battezzare i feti deceduti prima del parto, poiché - fatto davvero interessante - non li considera persone. Non c'è vita prima del parto, dunque? E allora?
La volgarità, più che lo scivolone lessicale, mi mette in imbarazzo, mi lascia interdetto senza una replica immediata. Ma il grassone no, non conosce fermate, lanciato com'è alla meta, forte del suo personalissimo senso del giusto e del sacro, cucito su misura. Lui è sereno e, di sicuro, dorme benissimo.
Le parole, per qualcuno, non hanno alcun peso.

domenica 16 marzo 2008

pubblicità progresso

giudizio: il lato nobile delle jene?
Se lo scopo della pubblicità è di influenzare, in modo intenzionale e sistematico, le scelte degli individui in relazione al consumo di alcuni beni e all'utilizzo di alcuni servizi, ne consegue indirettamente che tale scopo viene perseguito a prescindere dal bene o dal servizio promosso, poiché diventano determinanti la tecnica, la struttura e i modi della comunicazione pubblicitaria. Che sono sempre gli stessi, in sostanza, sia che si pubblicizzi profumo per cani o villette a schiera sulla luna, e - in generale - tendono alla semplificazione, appellandosi a pulsioni elementari; estremizzando, Bernanos sosteneva che i motori di scelta della pubblicità sono semplicemente i sette peccati capitali. Non a caso, l'idea futurista di Marinetti, concreta e fascistoide, si adattava benissimo al concetto di pubblicità (sintesi, dinamismo, simultaneità etc.).
Lo stesso tipo di comunicazione pubblicitaria viene utilizzata anche nelle campagne di Pubblicità Progresso, il cui scopo è promuovere della comunicazione sociale in ambito morale, civile ed educativo, senza fine di lucro. Il che farebbe pensare a un nobile scopo e a un nobile risultato.
Ma così non è o, almeno, non del tutto. Pubblicità Progresso non è un sinonimo generico di "pubblicità sociale", ma è il nome di un'associazione (ora fondazione) che raggruppa praticamente tutte le agenzie pubblicitarie italiane, cioè le stesse che fanno comunicazione profit e si occupano di pubblicità in modo tradizionale, tra le quali Publitalia 80 e Sipra (cioè Mediaset e RAI, 90% del mercato pubblicitario). Ne deriva che l'idea di comunicazione e i mezzi espressivi che vengono utilizzati nelle campagne sociali sono sostanzialmente gli stessi utilizzati per vendere caffè o mutande. Ma se la riduzione, la semplificazione, il cliché e il luogo comune vanno benissimo per vendere un'automobile, non vanno altrettanto bene per promuovere comportamenti meritevoli e civili o per fare informazione disinteressata. Per esempio, la pubblicità progresso sull'AIDS del 1987 diceva testualmente "il virus si trasmette attraverso i rapporti sessuali e non i rapporti umani". Complimenti. Ovviamente, più l'argomento è complesso più la riduzione a pubblicità diventa difficile, capita quindi che una mente di pubblicitario, organizzata per vendere lattine di birra e parlare bene della diarrea, corra il rischio di non cogliere la differenza. Oppure, a volerla vedere del tutto nera, fare comunicazione sociale è un buon modo per promuoversi, marketing funzionale per guadagnarsi, di ritorno, contratti profit. Son sempre pubblicitari, in fondo.
In sostanza, recensisco con pollice verso la pubblicità progresso e condanno, insieme e in generale, la semplificazione affidata ai comunicatori, lasciando però un piccolo margine di credito in tutto questo, perché una tantum ci azzeccano davvero. Ecco due esempi: la migliore pubblicità progresso di sempre e una pubblicità progresso del tutto patetica, tra le tante.

martedì 11 marzo 2008

necropoli

giudizio: un libero pellegrino.
Boris Pahor, sloveno di Trieste, novantacinque anni, arruolato nell'esercito fascista, poi partigiano nelle formazioni slovene, internato in vari campi di concentramento, poi scrittore senza remore, forse candidato alle prossime elezioni nel PD. Un simbolo di una scatola cinese di minoranze, uno sloveno schiacciato tra titini e italiani (non brava gente ma fascisti), tra tedeschi e socialisti sloveni. Nel 1966 scrisse, in sloveno, "Necropoli", racconto autobiografico di addetto ai forni crematori, ignorato per più di vent'anni dalla storiografia e letteratura concentrazionaria. A colpevole torto, perché Pahor scrive incredibilmente bene e, a differenza di molti sopravvissuti, va a fondo delle cose, vuole sapere perché, si interroga e offre risposte, non si risparmia e non risparmia nulla al lettore, non risparmia parole e non risparmia sonori schiaffoni. "Necropoli" è il racconto della sua visita da uomo libero a Natzweiler-Struthof, campo di concentramento sui Vosgi, il suo primo campo: i ricordi riaffiorano, osserva i comportamenti dei turisti (due, addirittura, si baciano davanti alle camere a gas) e le proprie reazioni (lui li vede e non si indigna, ci pensa), ricostruisce il passato e, come ho detto, offre spiegazioni approfondite senza fermarsi di fronte a nulla. Uomo perfettamente integro di fronte alla realtà, è ammirevole da ogni punto di vista. E il suo romanzo è un unicum nel genere, non avevo mai letto nulla del genere sull'olocausto, nulla di così criticamente libero, di così approfondito, nulla di così analitico. Ecco, l'analisi è il punto, e proprio perché ragionata e pacata è una lama di rasoio e non lascia scampo. Per quasi tutti i sopravvissuti all'olocausto, la liberazione non è avvenuta con l'uscita dai campi, se non quella fisica. Per quasi tutti, la liberazione dall'orrore non è arrivata mai. Da Pahor, invece, ho imparato come osserva il mondo un uomo davvero libero, che ha resistito su ogni fronte. Sta a Trieste, andiamolo a salutare, è un uomo raro e prezioso.

giovedì 21 febbraio 2008

ma non faceva il poeta?

giudizio: sarà una campagna elettorale lunghissima.
Pochi minuti fa, l'uomo-scorreggina Bondi ha detto testualmente: "I candidati alle elezioni nel PDL non debbono avere procedimenti penali in corso, tranne quelli di origine politica".
Svolgimento: non vuol dire assolutamente, incontrovertibilmente, stupefacentemente, nulla. Nulla dal punto di vista penale, nulla dal punto di vista etico, nulla dal punto di vista linguistico (concordanze alla carlona, perlomeno). Politicamente sì, qualcosina significa, e tutti abbiamo chiaro cosa. Infatti, detto questo, anche Giuda sta meditando la candidatura al Senato.
L'unico motivo per cui cito l'homo miserrimo è questo: tempo due settimane e Veltroni ha sparigliato tutte le carte, ha rimesso in piedi il tavolo e a destra sono costretti a rilanciare di continuo, facendo fare i distinguo a Bondi, povero mona. Checché se ne pensi di Veltroni ora e in futuro, questa volta sciapò.

martedì 19 febbraio 2008

indice di gradimento

giudizio: vittoria senza discussioni nella meteorologia.
Il sole, inutile dirlo, fa godere grandi e piccini. La pioggia ha i suoi estimatori, specie se la si osserva al caldino e al riparo. La nebbia, uguale, ha un suo fascino, tra i poeti e gli osservatori. Il vento scombussola tutto e, in generale, è bello che ci sia. La neve riscuote un successo indiscusso. La foschia mattutina o serale può essere interessante. Le aurore boreali suscitano ammirazione. Gli arcobaleni accendono la fantasia di chiunque, anche senza la pentola di monete d'oro. I tornado e i cicloni, al di là dei danni, sono affascinanti e colossali da vedere. E la grandine? La grandine rompe i coglioni a tutti. A tutti, anche a chi non è un agricoltore o un concessionario di auto.
Si decreta, dunque, dopo breve dibattito, la concorde vittoria della grandine su tutta la linea, senza incertezze.

lunedì 18 febbraio 2008

la neve dove uno non se l'aspetta

giudizio: περβακκο!
Sotto la pergolina, con il bicchiere di ouzo nella destra e la fetta di feta nella sinistra, discorrendo di filosofia, ovvio, i partenonidi si sono scoperti sotto la neve, ieri. Ed hanno esclamato di certo: "περβακκο! καζζαρολα!".
Che meraviglia quando nevica dove non dovrebbe, che per due centimetri di neve le città vanno in tilt, le scuole chiudono per sempre, il governo decreta lo stato di emergenza, le persone si scoprono sprovviste di mon-boot infradito ma escono tutti di casa lo stesso, per vedere da vicino la neve. E noi, lontani, tutti qui a fare: "oooh, nevica ad Atene!".
Nei nostri bar, gli uccelli del malaugurio attaccano la tiritera che il clima sta cambiando (ma non doveva fare caldo?), ma nulla capiscono, è solo neve e serve a fare le palle, non tutti ce l'hanno. Tutti prima o poi vedono piovere dal cielo la pioggia, il sole, la grandine, le rane, gli aerei da caccia americani, i satelliti russi, ma la neve non è detto. Ed è fantastico, e appropriato, battere le mani contenti e dire: "oooh, nevica ad Atene!". Viva la neve dove uno non se l'aspetta, viva tutte le cose che uno non si aspetta, viva il disordine e viva le sorprese. Che, in questo caso, si piglia la slitta e quasi ci si scorda dei colonnelli.

mercoledì 6 febbraio 2008

cosa usiamo come slogan?

giudizio: can't do any of that / with out a hat.
Era il duemila, c'era il congresso della Quercia e funestava i giornali e i manifesti l'«I care» del segretario Veltroni, a metà tra un sapone intimo e un kennedysmo d'accatto. Molti commentatori dissero la propria, uno per tutti Serra in Lenin o Lennon? e ci si divertirono parecchio. Poi andò come andò. Oggi, otto dico otto anni dopo, Veltroni storna il «Yes, we can» di Obama, che nella versione nostrana starebbe per «possiamo vincere» e non, invece, "ehi, possiamo cambiare le cose, il mondo, le persone", troppo americo-democratico, forse. Inventare, mai.
Comunque, i due termini lessicali e temporali fanno venire in mente alcune considerazioni sparse. Primo, ci sono voluti otto anni, ma c'è riuscito, è finalmente passato dal singolare al plurale, sempre prima persona, così che adesso ci sentiamo inclusi (quasi) tutti. Secondo, se otto anni fa lo pigliarono abbastanza per il culo, me compreso, per l'anglofilia del tutto superflua, oggi nessuno ha fiatato, o tempora o mores. Terzo, fu allora che nacque l'idea di buonismo veltroniano, non del tutto campata per aria, idea che oggi pare davvero dissolta nel senso di crisi collettivo, che bada a sopravvivere e a farcela ("we can, dai che ce la"). Quarto, Veltroni pare un appassionato delle mezze frasi, cui si può aggiungere di volta in volta l'oggetto o il verbo: «Io ho a cuore» la fame nel mondo, tua mamma, il destino delle api, il funzionamento delle siviere nelle acciaierie etc.; oppure, «Sì, noi possiamo» vincere, perdere, pareggiare, spaccarci la faccia, andare al tuo funerale, cioccolare la città etc. Trucco da politico scaltro? Boh, avesse coniato un "Yes, we can smerd Berlusconi", magari andava meglio, chissà. O un funereo "Yes, we can-dle in the wind", mah.
Comunque sia, sono giochetti, si tratta di trovare il modo meno masochista per arrivare al 14 di aprile, possibilmente ancora in piedi. Purtroppo per me, da quando ho sentito il «Yes, we can» di Obama, non riesco a non pensare alla canzone «Yes, we can», che diceva che potevi forse farti un bagno, andare in bicicletta, parlare ad alta voce, farti un enorme sandwich nel bel mezzo della notte, ma di certo non senza un cappello («But you can't do that / No you can't do that / No you can't do any of that / Without a hat»), se ci penso mi fa ancora ridere.
Forse ci serve un cappello, forse a Veltroni serve un cappello, io penso serva sempre un cappello. Ce la faremo? Chissà, comunque, la canzone era dei Muppets. Speriamo non lo scoprano.

 
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